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Una nuova forma di giornalismo
J.D. Lasica, Online Journalism Review
Nel 1993, il neolitico del web, i romantici abitanti della rete sono stati sedotti dal fiorire di numerosissimi nuovi siti che soppiantavano i tradizionali media come fonti di notizie, informazioni e opinioni.

Ma ben presto quelle singole voci sono state disperse nell'etere dal milione di imprese che hanno invaso il palcoscenico del cyberspazio, dai giornali che si sono goffamente aggrappati a modelli imprenditoriali attuabili online, e da un pugno di colossi che ha reso il web perfetto per sonnecchiare.

Eppure, sulla strada dell'inconsistenza della rete si è imposto un fenomeno curioso, quello del blogging, un movimento popolare in grado di gettare le premesse per nuove forme di giornalismo, dibattiti pubblici, interattività e contatti online.

Anche se nessuno sa di preciso dove condurrà tutto questo, l'istinto mi dice che il blogging è il punto di partenza della rivoluzione delle pubblicazioni web ad opera dei singoli. Il weblogging indurrà gli esponenti di una nuova ed efficace forma di giornalismo amatoriale, come per esempio milioni di giovani navigatori, ad assumere il ruolo di giornalisti, reporter, editori e analisti grazie alla creazione di singoli network di diffusione. Non accadrà da un giorno all'altro: al momento esiste soltanto la versione 1.0, ma basterà aspettare qualche anno, quando le bande larghe e il multimedia otterranno una diffusione maggiore.

Per i profani, un blog [contrazione di weblog] è un resoconto costantemente aggiornato, ricco di link ad altri siti. Alcuni blog, come Librarian.net, Jim Romenesko's Media News o Steve Outing's E-Media Tidbits, coprono interi settori industriali, fornendo brevi notizie e link ad articoli più dettagliati. Tuttavia i blog sono per lo più una sorta di diari personali, riff di un argomento preferito zeppi di link.

Per un approfondimento sui rudimenti dei blog si rimanda agli ottimi servizi di Ken Layne, giornalista dell'OJR, e Glenn Fleishman per il Seattle Times.

Questo mese ho parlato con sei fra giornalisti e scrittori che pubblicano weblog per sapere il loro parere sul fenomeno e le sue ripercussioni sul giornalismo. Ecco le prime tre interviste.


Paul Andrews

Prima dell'affrettato prepensionamento, Andrews, che attualmente vive a San Francisco, si occupava della rubrica di tecnologia al Seattle Times. È coautore del libro Gates (Doubleday, 1993) e ha scritto How the Web Was Won (Broadway Books, 1999), sull'invasione della rete da parte della Microsoft. Il suo weblog è nato a novembre.

I weblog hanno le forme e i gusti più disparati, e Andrews ne ha sperimentati parecchi. «Alcuni sono a base di tecnologia, altri sono agenzie per cuori solitari nobilitate e altri ancora sono semplici raccolte di link. Quelli che preferisco offrono anche cose personali», afferma.

Non tutti quelli che hanno un giornale sono giornalisti, sottolinea, e «in rete si può scrivere del proprio lavoro e della propria vita senza esserlo». Secondo lui, però, troppo spesso i giornalisti professionisti non danno credito a chi non lavora nei media tradizionali, mentre la verità è che i servizi online più vivaci e onesti sono proprio quelli dei dilettanti.

«I media istituzionali hanno il ruolo di guardiani», dice, «ma quello che oggi si trova nella stampa è un consolidamento ostile alla diversità esistente nella vita quotidiana. Grazie a internet, la gente non è più costretta al limite imposto dai filtri tradizionali».

La rete dà via libera a chi vuole assumersi l'onere di fare il giornalista. «Il web dà voce a molti punti di vista alternativi», spiega Andrews. «Chiunque sia legato alle proteste di Seattle e di Quebec City contro il Wto sa che il punto di vista dei contestatori è stato ignorato o distorto dai servizi di radio, Tv e giornali. I commenti erano quasi volutamente imprecisi. Trovo sciocco e arrogante che le opinioni alternative non abbiano avuto spazio. Ho sempre pensato che il dovere dei giornalisti sia dar voce alla gente.

«Adesso, per fortuna, i manifestanti che vogliono esprimere il proprio pensiero possono bypassare i media grazie a registrazioni in diretta, audio e video, per offrire fatti nudi e crudi durante una protesta o un forum. Chiunque abbia una videocamera, riprenda un evento locale, lo metta in rete e lo commenti nel suo weblog, di fatto sta svolgendo un tipo di giornalismo amatoriale diretto».

Andrews è convinto che i weblog e le altre forme di giornalismo online sono in ascesa anche per via del rapido declino, quanto a credibilità, dei grossi media. «Mentre internet sta diventando sempre più credibile, i mezzi d'informazione tradizionali stanno perdendo terreno», dichiara. «Mi enumeri gli ultimi cinque seri tentativi, da parte dei media istituzionali, di fare giornalismo di interesse pubblico».

Secondo Andrews non saranno molti i giornalisti «tradizionali» che lanceranno il proprio weblog (Andrew Sullivan, redattore di New Republic, è un'eccezione). «Penso che i giornali guardino ancora con sospetto la rete e non gradiscano che i loro collaboratori si espongano online, nemmeno durante il tempo libero», dice Andrews.

Alla base dell'impennata del blogging con siti come Weblogger.com e Blogger.com c'è anche il fatto che gli strumenti per la pubblicazione in proprio sono diventati molto più semplici e accessibili. «Quando sono stati inventati i primi browser, bisognava ancora imparare a scrivere i codici», spiega Andrews. «Oggi esistono modelli, applicazioni e spazi gratuiti offerti dai server, cosicché tutti i dettagli tecnici sono già stati risolti da qualcun altro e non resta che concentrarsi sui contenuti».

In una disquisizione dal titolo Who Are Your Gatekeepers? ('Chi sono i tuoi guardiani'), Andrews schizza una sorta di manifesto del blogging giornalistico in cui offre un affascinante resoconto storico del ruolo giocato dagli editori di diari scritti in prima persona, sottolineando che il giornale di bordo di Colombo, pieno delle sue riflessioni, diventò l'argomento scottante dell'epoca, e che il primo giornale americano venne chiuso dalle autorità coloniali per aver pubblicato pettegolezzi non autorizzati sulla vita sessuale del re di Francia e su un suicida locale.

Andrews scrive: «Sta emergendo un nuovo stile giornalistico che attinge direttamente alla fonte. I giornalisti che testano queste nuove acque sono […] destinati a scatenare il caos nei media istituzionali […]. I weblog modificano la natura delle notizie spostando le informazioni dal privato al pubblico […]. Basta schiacciare il tasto 'invia' e qualunque scritto personale diventa uno scritto pubblicato […]. Via via che mille fiori sbocciano, il giardino dell'informazione online diventa più vario, illuminante e trasformativo di qualsiasi cosa sia in grado di offrire la stampa mondiale».

Sono passate alcune settimane da quando Andrews ha scritto queste cose e, nel frattempo, ha abbassato i toni della sua enfasi retorica. «Oggi sono un po' più misurato», dichiara. «L'implosione delle dotcom e le prospettive di internet hanno portato molti di noi a riesaminare la cosa. La moderazione deriva anche dall'aver capito quanto sia impegnativo il weblogging come forma d'espressione. Nel complesso avrà una crescita più lenta di quanto non abbia previsto, ma i miei figli e i miei nipoti vivono in rete, e via via che il loro mondo si evolve sarà sempre più un mondo di pubblicazioni elettroniche».

Crede ancora che i weblog porteranno a una nuova forma di giornalismo?
«È la questione chiave», risponde. «Non lo so. Se gli strumenti diventano più sofisticati, se i bot sono in grado di segnalarvi ad altri blogger le cui idee soddisfano i criteri da voi stabiliti, allora si potrà passare a un diverso tipo di giornalismo. Al momento è ancora troppo difficile realizzare questi collegamenti, ma sono fiducioso. Un giorno sarà possibile».


Deborah Branscum

Deborah Branscum, residente a Berkeley, California, collabora regolarmente con Newsweek, sul cui numero del 5 marzo è apparso un suo servizio sul blogging. Collabora anche con Fortune.com, Macworld, Wired, PC World e altre pubblicazioni. Il suo weblog è nato a dicembre.

«Ho cominciato per una ragione apertamente egoistica: promuovere la mia non ancora celebre conferenza per i dirigenti del settore tecnologico e delle pubbliche relazioni», dice Branscum. «Il weblog mi dà la possibilità di disporre di uno spazio dove lagnarmi delle numerose pecche delle pubbliche relazioni mediatiche: è diventato incredibilmente divertente, quasi una droga».

Branscum individua quattro elementi interessanti dei weblog:
  • Libertà creativa. Parte del fascino dei blog sta nel non essere mediati. «Per un giornalista non c'è lusso maggiore dell'articolo senza tagli», spiega. «Sono redattrice da più tempo di quanto non sia scrittrice e conosco l'apporto di un redattore. Tuttavia, esiste un'enorme libertà nell'essere in grado di presentarsi esattamente come si vuole, per quanto in modo sciatto, irrazionale o incostante. Non c'è nessun editore a cui rendere conto dell'articolo né un revisore a cui non va bene la sintassi... Sei tu che lo pensi, lo scrivi e lo diffondi».

  • Istantaneità. «Anche quando scrivi per un settimanale, ti sembra che ci vogliano secoli prima di vedere il tuo articolo pubblicato», dice Branscum. «Con un weblog basta premere il tasto invio ed è in circolazione. È la forma di giornalismo ideale per la nostra era».

  • Interattività. «È un piacere avere il feedback di gente che non conosci e che è capitata per caso nel tuo weblog», afferma. Branscum ha calcolato che nei giorni di minore affluenza sono circa 30 i lettori che visitano il suo blog, mentre in quelli più intensi si arriva fino a 900, grazie anche ai suggerimenti di altri siti e blogger che spesso dirottano il traffico verso i materiali d'archivio.

  • Assenza dei vincoli imposti dal marketing. «È la gente interessata a conoscere il tuo punto di vista a scovarti, non sei tu a dover cercare una pubblicazione che rifletta gli interessi della gente», spiega. «Non devi confezionare ciò che scrivi per un certo tipo di pubblico o di demografia».
Come la maggior parte dei blogger, Branscum aggiorna il suo weblog sporadicamente, in media due volte alla settimana. Si occupa soprattutto di media, dallo stato del giornalismo di intrattenimento agli sproloqui sui giornalisti poco raffinati.

Anche secondo lei stiamo avanzando verso una nuova forma di giornalismo? «Personalmente non ne sono entusiasta», risponde, «ma credo sia interessante soprattutto per chi si lavora come Pr e per chi ha a che fare con i weblogger. Secondo me, se non sei riuscito ad affermare la tua credibilità lavorando per importanti pubblicazioni, non sta scritto da nessuna parte che la gente deve rispondere alle tue domande. I weblog che ho visitato finora tendono a occuparsi poco di fatti e molto di analisi, commenti e opinioni».

Per un po', i giornalisti indipendenti continueranno a dedicare il loro tempo e le loro energie a pubblicazioni che pagano, dichiara Branscum. «A meno che qualcuno non inventi un modo per pagare i giornalisti per i weblog, i miei sforzi maggiori andranno a Fortune.com e Newsweek. Per ora i weblog restano uno splendido esercizio di soddisfazione personale perché, in fondo, scrivi per te stesso».


Glenn Fleishman

Fleishman, di Seattle, collabora con il New York Times, Wired e Fortune ed è il responsabile di una rubrica di computer sul Seattle Times. Ha dato vita al suo weblog su tecnologia e vita privata a novembre.

«Per un bel pezzo ho considerato il fenomeno blogging tutt'altro che interessante», ricorda Fleishman, free lance dal 1994. «Quando, lo scorso novembre, il sindacato del Seattle Times è entrato in sciopero, mi sono imbattuto nel weblog di Paul Andrews e ho scoperto quanto fosse facile far funzionare gli strumenti. Ho deciso di provare anch'io».

Fleishman è arrivato alla stessa conclusione di Branscum, e cioè che i weblog vengono presi più seriamente di una pagina web fissa. «È per questo che la gente interagisce in modo diverso», spiega. «Un weblog emana credibilità e autorevolezza difficili da trovare in altri angoli della rete».

Il mezzo sembrava fatto apposta per Fleishman, un «tipo piuttosto testardo» come lui stesso si è definito. Il suo weblog si concentra su questioni di tecnologia, come ad esempio i network senza fili a bassa velocità o il suo impegno di sei mesi presso Amazon.com. Il suo obiettivo è sfruttare il blog per raccogliere i «rami secchi» della sua rubrica cartacea.

Fleishman ha scoperto di poter utilizzare il suo weblog per raccontare o discutere questioni che esulavano la sfera di un articolo che stava scrivendo per una rivista. «Continuavano a venirmi in testa cose che non potevo inserire nel servizio, spesso perché esprimevo un'opinione e il mio pezzo non era né un'analisi né un vademecum», dice. Il weblog gli ha fornito uno spazio per pubblicare importanti notizie che altrimenti sarebbero rimaste nel suo taccuino, dimenticate.

Un altro vantaggio dei weblog è che non sei alla completa mercé dei media. A questo proposito, Fleishman cita l'esempio di Dave Winer, un imprenditore di software intervistato da John Markoff per un articolo pubblicato sul New York Times. «Dave ha detto che l'articolo dava un'interpretazione approssimativa di quello che lui aveva detto, perciò ha chiarito la sua posizione sul sito».

Sui giornalisti, sostiene Fleishman, il weblog esercita un fascino ulteriore: è una forma mediatica che consente di scrivere senza limiti su qualsiasi questione stia loro veramente a cuore. «Come giornalista, trovo meraviglioso poter offrire una conclusione informata, basata sull'esperienza personale, senza dover sottostare alle previste decine di cosiddetti analisti esperti che si neutralizzano a vicenda», spiega. «Sei l'unico responsabile della tua opinione».

Fleishman non accetta il mantra standard dei blogger, secondo cui la scrittura non mediata è superiore al testo che è passato fra le mani della burocrazia editoriale. Secondo lui il blogging non è né superiore né inferiore al giornalismo tradizionale, solo infinitamente affascinante. «Uno degli aspetti più interessanti dei blog è la frequenza con cui mi hanno fatto cambiare idea su una questione», ammette. «C'è qualcosa in questo mezzo che consente alla gente di condividere opinioni in modo meno intransigente di quanto accada nel mondo reale».

Ecco ciò che sembra importare ai blogger: non tanto la pubblicazione di un diario scritto in prima persona, quanto la catena di interazioni che spesso scatena. Dice ancora Fleishman: «Qualcuno vede un articolo o un commento che hai inviato e che fornisce lo spunto per un blog, che a sua volta scatena ulteriori reazioni e, prima ancora di saperlo, il tuo blog entra a far parte di un dibattito interattivo, in un remoto angolo di rete, che viene letto e citato da migliaia di persone. È incredibile».–J.D. Lasica (trad. Stefania De Franco)

J.D. Lasica è un giornalista della rete che cura il sito di giornalismo virtuale jdlasica.com. Il suo weblog è jd.manilasites.com.

Tit. or. Blogging as a Form of Journalism – Online Journalism Review, 24 maggio 2001